ASVIS - QUESTA SETTIMANA: Le donne nei posti di comando cambieranno il mondo?

16.12.2019 11:04

di Donato Speroni

Un numero crescente di governi e organizzazioni internazionali è a guida femminile. Nei programmi delle presidenti c’è una maggiore attenzione all’ambiente e anche alle diseguaglianze sociali, problema molto grave anche in Italia.
Se n’é parlato molto in questi giorni, prendendo spunto soprattutto dalla nomina della nuova premier finlandese, la 34enne Sanna Marin. Da questa nomina ha preso spunto Gad Lerner sulla Repubblica:

Sembra che in Italia siano davvero insormontabili gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione della parità di genere nelle posizioni di vertice della politica, ammesso e non concesso che questa possa risultare una scusante per un partito a vocazione progressista: su venti presidenti di Regione, l'unica donna è la leghista Donatella Tesei, di recente eletta in Umbria. E sempre a destra troviamo l'unica segretaria di partito: Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia. Per il resto, da Leu a Italia viva fino al Movimento 5 Stelle, e poi dalla Lega a Forza Italia, a comandare sono tutti uomini. Fa parziale eccezione la piccola formazione +Europa che oggi soffre forti divisioni interne ma ha per fondatrice Emma Bonino.
Per numero di abitanti, l'Italia è dieci volte più grande della Finlandia. Ma questo non significa nulla, perché anche in Italia le donne sono più numerose degli uomini: per la precisione, sono quasi due milioni in più. Il fatto è che contano molto, ma molto di meno. Non solo nel mondo del lavoro, dove i differenziali nelle retribuzioni (gender gap) sono fra i più alti d'Europa, ma anche nella rappresentanza politica. Con una particolarità: in settant'anni, dal 1948 al 2018, le donne elette in Parlamento sono balzate dal 5% al 35%, ma la percentuale precipita brutalmente quando si tratta di accedere a incarichi di responsabilità. Tanto è vero che, nella ormai lunga storia della nostra Repubblica, fino ad oggi mai nessuna donna ha guidato un governo. Né tanto meno è stata eletta al Quirinale.

La nomina di Marta Cartabia a primo presidente donna della Corte Costituzionale (“Ho rotto un cristallo, spero di fare da apripista”) è certamente un segno positivo. C’è da chiedersi, ovviamente, se le donne al vertice rappresentano anche un modo diverso di fare politica. Alcuni esempi, da Margaret Thatcher, che tagliò le statistiche sulla povertà e guidò la Gran Bretagna nella vittoriosa guerra delle Falkland, fino (purtroppo) al Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, apparentemente impassibile di fronte al genocidio dei Rohinya, ci dicono che questa differenza non è scontata. Ma l’esempio della prima ministra neozelandese Jacinda Arden ci dice che la politica al femminile può anche segnare una maggiore sensibilità a priorità diverse. La Nuova Zelanda infatti ha annunciato di dare la cittadinanza a tutti gli abitanti delle isole del Pacifico che stanno per finire sott’acqua per via del cambiamento climatico.
Ma anche senza andare agli antipodi, i programmi di Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea (programmi ora ribaditi nella presentazione del Green new deal), di Christine Lagarde alla guida della Bce, l’impronta verde impressa alla politica tedesca da Angela Merkel e il maggior impegno sociale della nuova leadership socialdemocratica di Saskia Esken (con Norbert Walter-Borjans) segnano una maggiore attenzione ai valori sanciti nell’Agenda 2030.
Negli Stati Uniti, forse i programmi di Elisabeth Warren sono troppo arditi per battere Donald Trump nelle prossime presidenziali americane, ma non c’è dubbio che la sua candidatura ha posto con forza il problema delle eccessive diseguaglianze che minacciano la sostenibilità sociale. [Continua a leggere]

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